Qualche tempo fa abbiamo riflettuto sul tasso di caduta dei paracadute di soccorso, rendendoci conto di quanto in realtà poco conosciamo questo dispositivo, che in una situazione critica può fare la differenza tra la vita e la morte.
Ora che è passato un po’ di tempo, torno a proporti la stessa domanda: cosa sai davvero della tua emergenza?
A parte il prezzo, il peso o magari la forma, sei in grado di raccontare qualcosa di più sul paracadute che porti sempre con te?
Nonostante oggi esista anche una versione più intuitiva e accessibile del calcolo RDC – Rescue Descent Calculator (calcolatore del tasso di caduta), disponibile come app mobile (vedi il link su www.airdancers.eu) – mi chiedo: quanti di voi hanno realmente verificato il tasso di caduta della propria emergenza?
Perché, diciamolo chiaramente, possedere un paracadute di soccorso non significa conoscerlo davvero. Sappiamo dove si trova, lo portiamo sempre con noi, ma quanti piloti hanno preso il tempo di capirne le prestazioni effettive?
Eppure, quel piccolo pacchetto che spesso consideriamo solo un accessorio “da portare con sé" può essere, nei fatti, la nostra ultima risorsa. Vale la pena domandarsi se siamo davvero preparati a usarlo nel modo giusto e nel momento giusto.
In questo articolo, sempre con un pizzico di provocazione, voglio chiedervi: quanti piloti hanno davvero una competenza approfondita su quando e come lanciare l’emergenza?
Viviamo in un’epoca in cui i social network ci mettono sotto gli occhi ogni episodio in tempo reale. Oggi il racconto di un lancio arriva a tutti, corredato da video, commenti ed emozioni condivise. Solo pochi anni fa non era così: era già un evento raro se, all’interno di un club di volo, il più esperto del gruppo raccontava le sue impressioni su un caso di emergenza vissuto da qualcun altro.
Certo, quei racconti avevano un grande valore, ma ricordiamoci che il consiglio di un amico esperto non è automaticamente la soluzione giusta per tutti. Il “quando” e il “come” lanciare non sono universali: cambiano in base all’esperienza, alla preparazione tecnica e persino all’aspetto mentale per ogni singolo pilota.
Di fatto, chi si sottopone regolarmente a manovre estreme – come i piloti acro – ha una soglia completamente diversa, sia per quanto riguarda il quando decidere di lanciare, sia per il come eseguire il lancio. Il contesto in cui questi piloti operano, le quote di sicurezza, l’allenamento e persino la mentalità con cui affrontano una situazione critica non sono paragonabili a quelle di un pilota neo brevettato o del classico “pilota della domenica”.
Detto questo, l’obiettivo di questo articolo non è stabilire regole assolute, ma offrire una base chiara e concreta a chi ha poca esperienza.
Non parleremo delle tecniche più raffinate utilizzate dagli acrobati, ma ci concentreremo su linee guida conservative, semplici da seguire e sicure da effettuare, quelle che ogni pilota dovrebbe conoscere e allenare, indipendentemente dal proprio livello.
Prima di entrare nei dettagli, vale la pena fare una precisazione: il paracadute d’emergenza non è una bacchetta magica. È uno strumento che richiede consapevolezza, preparazione e la capacità di agire con lucidità in pochi secondi.
Ecco perché non basta “portarlo con sé": serve conoscerlo, mentalmente e fisicamente, fino a renderne l’uso un gesto istintivo, un gesto straordinario, ma alla fine nulla di speciale.
Siamo quindi arrivati al punto in cui possiamo concederci il lusso di fare una serie di riflessioni pratiche e dirette sul lancio dell’emergenza: quando funziona davvero, quali sono le situazioni favorevoli, e in quali invece rischiamo seriamente che il lancio non vada a buon fine.
Quando possiamo essere ragionevolmente sicuri che un lancio d’emergenza vada a buon fine, con conseguente apertura del paracadute?
Le condizioni più favorevoli sono tre:
quando abbiamo velocità orizzontale di avanzamento,
e/o quando siamo in presenza di un alto tasso di caduta verticale,
e/o quando ci muoviamo lungo una traiettoria rettilinea.
Insomma, niente di sorprendente: se l’emergenza trova aria pulita in cui aprirsi, funziona (e qui potremmo dire: “sì, non serve un genio per arrivarci!”).
Ma allora, quando è probabile che il lancio non vada a buon fine?
Ecco i due scenari da incubo che ogni pilota dovrebbe avere bene in mente.
Se non abbiamo né velocità orizzontale né caduta verticale, come accade in configurazioni di negativo o di elicottero (non voluto), l’emergenza rischia di non riuscire a prendere aria.
Anche durante uno stallo paracadutale, se il lancio non è eseguito correttamente, può succedere che l’emergenza cada inizialmente verso il basso. A quel punto il rischio è doppio:
o il pilota, mentre l’emergenza si apre, “cade sopra” l’emergenza,
oppure, dopo aver preso aria, con l’emergenza quasi aperta del tutto rischia di impigliarsi nel fascio della vela principale.
Paradossalmente, in un back-fly la situazione è leggermente più favorevole: dopo essere caduta verso il basso e aver preso aria, l’emergenza tende a posizionarsi davanti al pilota (o, se vogliamo dirla meglio, è il pilota a “passare dietro” all’emergenza).
Un altro scenario critico riguarda le rotazioni incontrollate, come in spirale o SAT. Qui le probabilità che l’emergenza finisca nel fascio della vela principale sono elevate.
Semplificando, possiamo dire che quando il parapendio è in rotazione:
nel primo giro tutto va bene, la vela in rotazione con inclinata di circa 45° verso il basso, passa “sopra” l’emergenza appena lanciata,
nel secondo giro (la vela ancora in rotazione) sembra quasi seguire la traiettoria ideale per catturare l’emergenza all’interno del fascio della vela.
In tedesco i tecnici chiamano questo fenomeno Retterfraß, letteralmente “mangiatore dell’emergenza”: un termine tanto crudo quanto efficace.
Per chiarire meglio come ci si può arrivare, ecco due esempi di dinamica frequente:
a) Chiusura asimmetrica con cravatta → fiondata → rotazione incontrollata → spirale.
b) Chiusura asimmetrica più grande → cravatta marcata → fiondata → rotazione incontrollata. In questo caso, la parte aperta continua ad affondare mentre il lato con cravatta agisce come un freno: il risultato è un movimento simile ad una SAT, definibile anche come autorotazione.
Non sono in grado di citare la fonte precisa, ma “ai piani alti” della formazione si dice che, se il lancio dell’emergenza avviene durante una rotazione, 1 caso su 2 finisce nel fascio della vela.
Una percentuale che fa riflettere, soprattutto per chi pensa che il lancio sia una cosa semplice e l’apertura dopo il lancio sia una garanzia.
Quando si parla di emergenza, bisogna fare i conti con due grandi categorie di limiti: oggettivi e soggettivi.
Limite: Il mezzo acquistato
Il nostro paracadute d’emergenza non è un mago: ha regole precise, numeri chiari e limiti fisici.
Soluzione: La matematica
Attraverso il RDC – Rescue Descent Calculator, di cui abbiamo parlato all’inizio, è possibile calcolare il tasso di caduta della propria emergenza considerando peso in volo, quota e temperatura. Per chi non vuole usare il tool, restano validi i “vecchi” metodi orientati più ad un calcolo spannometrico: si può fare un calcolo “forfettario” moltiplicando il proprio peso in volo per un fattore tra 1,2 o meglio 1,3.
Da questo calcolo deriva la taglia minima dell’emergenza. Serve anche un secondo controllo: il carico dell’emergenza non dovrebbe superare i 3 kg per metro quadrato, riferiti alla superficie reale del tessuto, non a quella proiettata.
Se i conti non tornano e il tasso di caduta risulta troppo elevato, l’unica soluzione è chiara: acquistare un paracadute adeguato. Non ci sono scappatoie: il paracadute deve essere all’altezza della situazione.
Limiti soggettivi
La conoscenza
La capacità
La quota
Decisione di lanciare
Modo di lanciare
Cosa fare dopo il lancio
Parliamoci chiaro: in Italia, e non solo, si parla troppo poco del paracadute d’emergenza. Spesso viene considerato un semplice accessorio, un “pacchetto da portare con sé”, più che un vero dispositivo di sicurezza.
Chi ha dimestichezza con la lingua tedesca o sufficienti competenze informatiche può però accedere a risorse preziose. Alcuni video pubblicati su YouTube, se tradotti o con sottotitoli in italiano, offrono informazioni dettagliate sui limiti, le tecniche e i rischi legati al lancio dell’emergenza. Tra i più interessanti ci sono:
Retterproblematik,
Retterproblematik 2,
Retterproblematik 3
X-two von X-Dream fly und Interview mit Daniel Loritz
Retter Thematik - Tandem - Interview Dani Loritz
Alcuni video sono datati ma i concetti espressi ad oggi sono ancora attuali.
Anche in lingua inglese ci sono risorse di grande valore, come:
Emergency Parachute Throw - How to Design and Deploy a Reserve with Dr Matt Wilkes - BANDARRA
Paragliding Reserve Parachute Research - Final Report w/ Dr Matt Wilkes - BANDARRA
NOVA Insights #2 – Theo de Blic: Reserve Parachutes – when and how to use them?
Soluzione: Informarsi, formarsi, parlarne
Purtroppo non esistono scorciatoie magiche per colmare questa lacuna. L’unico modo per diventare davvero competenti è informarsi, formarsi e tenere viva la problematica.
Parlare con formatori e istruttori: partecipare o organizzare serate dedicate alla conoscenza e alla pratica del paracadute d’emergenza.
Guardare video e leggere materiale tecnico, anche in altre lingue.
Discutere e confrontarsi con altri piloti, perché la consapevolezza cresce solo quando il tema rimane presente nella mente di chi vola.
Il concetto chiave è semplice: non basta possedere il paracadute, bisogna conoscerlo e mantenerne la conoscenza viva. Solo così si può trasformare un gesto potenzialmente drammatico in un’azione sicura e lucida.
Non c’è via di scampo: la domanda è semplice, ma potente. Quanto siamo davvero allenati a lanciare il paracadute d’emergenza?
Possedere il paracadute non basta. Tutto ciò che si attiva manualmente richiede allenamento costante. La risposta è quindi ovvia: bisogna esercitarsi, e spesso più di quanto immaginiamo.
Soluzione: allenamento pratico
Come possiamo migliorare la nostra capacità? Ecco alcune strategie concrete:
Partecipare a giornate di simulazione: alcuni club organizzano esercitazioni pratiche di “lancio del’emergenza”, dove si può provare il gesto in condizioni controllate.
Allenamento in volo: mentre siamo in aria, possiamo esercitarci a trovare ripetutamente con la mano la maniglia dell’emergenza.
Versione avanzata: chiudere gli occhi e cercare la maniglia allenando la memoria muscolare. Questo esercizio rafforza la capacità di agire istintivamente nei momenti critici.
E se tutto sembra andare a rotoli? Esiste un trucco universale: la tecnica ginocchio-bacino. Scorrendo la mano tra ginocchio e bacino, nella maggior parte degli imbraghi, si dovrebbe trovare la maniglia d’emergenza senza esitazioni.
Allenarsi così non solo aumenta la capacità manuale, ma trasforma un gesto complesso in un riflesso naturale. E, in situazioni reali, questa differenza può salvare la vita.
In realtà, la quota è spesso un falso problema. Non esiste un’altezza massima né minima per lanciare un paracadute d’emergenza. La vera domanda non è “quanto siamo in alto?”, ma “abbiano dubbi sulla quota che abbiamo?”
Soluzione: Lanciare!
La regola d’oro è semplice: se hai dubbi, lancia subito l’emergenza. Non importa se siamo a 2.000 metri o a 60 metri sopra il terreno: la priorità è agire prontamente.
Più alta è la nostra competenza, più facile sarà gestire il parametro quota, ma a prescindere dalle nostre competenze, per chiunque, ci sono due regole base da ricordare:
Disorientamento di quota: se non sappiamo esattamente a che quota ci troviamo, lanciamo immediatamente il paracadute.
Dubbio sulla quota: anche se abbiamo una stima ma qualcosa ci lascia incertezza, subito fuori l’emergenza.
Molto spesso, il “pilota della domenica”, quando si trova in una configurazione insolita e critica, dimentica il dettaglio più importante: ha un paracadute e può usarlo.
La verità è che l’ostacolo principale non è tecnico, ma psicologico. Ci si attacca alla speranza di “recuperare” la vela, di uscirne in qualche modo, e intanto il tempo e la quota scivola via.
Ricordiamoci però una cosa fondamentale: è meglio lanciare una volta in più che una volta in meno.
Soluzione: seguire le regole e lanciare
Per uscire dall’indecisione, esistono due regole semplici e concrete che possono davvero salvarti la pelle:
La regola dei 3 secondi
Se ti trovi in una configurazione inusuale che non riesci a identificare chiaramente, hai tre secondi per risolvere la situazione. Non di più.
E per non lasciare scorrere il tempo in maniera , puoi contare: milleuno… milledue… milletre. Se entro quel tempo non hai recuperato la vela, la decisione è automatica: lanci l’emergenza.
Tre secondi sembrano pochissimi, ma in volo, in piena emergenza, ti assicuro quel tempo sembra dilatarsi.
La regola della rotazione completa
Se l’ala ti trascina in una rotazione e completi un giro intero (360°) senza aver risolto il problema, non serve aspettare oltre: si procede immediatamente al lancio dell’emergenza.
Queste due regole hanno un’unica eccezione: possono essere ignorate solo se il pilota riconosce con assoluta chiarezza la configurazione e ha la competenza tecnica per risolverla.
In tutti gli altri casi, se la situazione dura oltre i tre secondi o oltre un giro completo, il messaggio è semplice: non hai la consapevolezza o la capacità per recuperare la vela, quindi si procede al lancio del paracadute di soccorso.
A livello teorico il lancio del paracadute d’emergenza sembra quasi banale:
in un unico movimento si estrae l’emergenza, si allunga il braccio continuando con la direzione scelta per l’estrazione e, al momento opportuno, si lascia andare la maniglia. Risultato: un lancio perfetto.
Bella descrizione, vero? Peccato che sia solo teoria.
La realtà, purtroppo, è molto più complessa: trovarsi in una posizione nuova forse a piedi in su e a testa in giu, rotazioni, accelerazioni improvvise e disorientamento possono trasformare un gesto apparentemente semplice in qualcosa di caotico.
Organizzare delle serate di lanci dell’emergenza potrebbe essere un primo passo, ma c’è un problema: la realtà non possiamo simularla a terra.
Tra le tante variabili, c’è una regola d’oro che non cambia mai: dopo l’estrazione, lascia andare la maniglia.
Sembra banale, ma non lo è affatto. Se il lancio ideale non riesce, non dobbiamo perdere tempo a “riprovarci” o a forzare il gesto: semplicemente molliamo la maniglia. Il pacchetto cadrà da solo nella direzione in cui comunque cadrebbe ovvero verso il basso, e da lì farà il suo lavoro.
Cosa succede in pratica?
Se il lancio non è perfetto, il pacchetto quasi sempre, tende comunque a scendere verso il basso.
La calotta si distende, prende aria e inizia ad aprirsi.
Una volta gonfio, l’emergenza si posiziona
Questo è un consiglio valido soprattutto per i piloti della domenica, che devono ricordarsi una cosa semplice: meglio lasciar cadere in maniera in-elegante il “pacchetto”, piuttosto che avere nessun lancio.
Per chi invece ha più dimestichezza con le manovre critiche (come una vela in rotazione), l'apertura dell’emergenza è “più sicura” se prima si blocca la rotazione e subito dopo si procede al lancio. In questo modo l’apertura dell’emergenza sarà meno soggetta al rischio di interferenze con la vela principale.
Una volta aperta l’emergenza, il gioco non è affatto finito: il pilota deve ancora gestire la vela per evitare che interferisca con il funzionamento del paracadute di soccorso.
Soluzione: Neutralizzare il parapendio
Esistono diverse teorie su come farlo. Una volta si consigliava di utilizzare le bretelle delle C (o delle D), soluzione elegante sulla carta ma difficile da applicare nella realtà, soprattutto se non si è allenati e/o se la vela presenta anche solo un semplice twist. In queste condizioni, per la maggior parte dei piloti sarebbe complicato trovare e tirare le bretelle giuste.
Il consiglio più pratico è invece quello di lavorare sui freni, perché restano sempre facilmente individuabili, indipendentemente dal numero di twist. È fondamentale agire in maniera simmetrica: tirare un solo freno rischia di abbattere solo una semiala, con il risultato che la vela potrebbe iniziare a ruotare su se stessa come in elicottero e interferire con l’emergenza.
Il metodo più semplice è questo: afferrare i freni, avvolgere i cordini più volte attorno alle mani o agli avambracci e, dopo aver raccolto alcuni giri, abbassare le braccia e portarle a protezione del busto.
Un punto importantissimo da ricordare: la vela va mantenuta neutralizzata fino al contatto con il terreno. Una delle azioni più pericolose che si possano fare è mollare i freni a 10-20-30 metri da terra, lasciando che la vela torni a volare poco prima dell’impatto.
Per quanto riguarda le emergenze e il loro utilizzo, si potrebbero scrivere pagine e pagine di teoria e consigli. Giunti ormai alla fine di questo articolo, vorrei lasciarvi con alcuni punti essenziali che riassumono perché è utile ed intelligente usare l’emergenza:
Perché può salvarti la vita.
Perché non è una cosa di cui vergognarti. Al contrario, ti inserisce in quella élite di piloti che possono parlare per esperienza diretta.
Perché hai investito dei soldi per acquistare (si spera) il miglior dispositivo sul mercato. È fatto per essere usato, in caso di necessità: USALO!!!
Perché lo dicono i numeri: “NON è detto che usando l'emergenza NON ci facciamo male ma dalla statistica emerge che chi usa l'emergenza, di base si fa meno male rispetto a chi decide di non usarla”.
E ricorda: il paracadute è come la mente, funziona solo se decidi di usarlo!